La Valle d'Aosta è una delle zone vinicole più piccole d'Italia: poche centinaia di ettari di vigna, spesso su versanti ripidi, stretti tra la Dora Baltea e la montagna. Qui gran parte del lavoro si fa a mano, e il vino è meno una voce economica che un modo di tenere in vita il territorio. Per chi arriva da altre regioni è una scoperta: bianchi affilati, rossi leggeri e profumati, nomi di uve mai sentiti. Vale la pena orientarsi prima di aprire una carta dei vini, anche perché qui lo stesso nome può indicare un luogo e non un vitigno.
Una sola denominazione, sette sottozone
La regione ha un'unica DOC, Valle d'Aosta o Vallée d'Aoste, istituita negli anni Ottanta del Novecento, che ha assorbito le precedenti denominazioni di Donnas e di Enfer d'Arvier. Sotto questo ombrello ci sono sette sottozone, che seguono il corso della valle dall'alto verso il basso:
- Blanc de Morgex et de La Salle, nella Valdigne, l'alta valle verso il Monte Bianco;
- Enfer d'Arvier e Torrette, nella valle centrale, a ovest di Aosta;
- Nus e Chambave, nella valle centrale a est di Aosta;
- Arnad-Montjovet e Donnas, nella bassa valle, verso il Piemonte.
Accanto a queste, la DOC comprende vini con il nome del vitigno, sia autoctoni sia internazionali, come Chardonnay, Pinot Nero o Syrah.
I bianchi d'alta quota
Il Blanc de Morgex et de La Salle è il vino più alto e più particolare della regione. Nasce dal Prié Blanc, coltivato su pergole basse che sfruttano il calore del terreno e proteggono la vite dal vento e dal gelo, in vigneti che arrivano intorno ai 1.200 metri. A queste quote la fillossera non è mai arrivata, e le viti possono restare a piede franco, senza innesto su portainnesto americano. Il risultato è un bianco fresco e sottile, e la sottozona è l'unica in cui la DOC ammette lo spumante.
Più a valle, a Nus e a Chambave, si incontrano due specialità bianche: la Malvoisie di Nus, ottenuta da una selezione di Pinot Grigio, e il Moscato di Chambave, che esiste anche in versione passita. Fra gli altri bianchi di cui si sente parlare c'è la Petite Arvine, un vitigno di origine alpina.
I rossi, tra Petit Rouge e Nebbiolo
Nella valle centrale il protagonista è il Petit Rouge. È la base dell'Enfer d'Arvier, il cui nome, «inferno» in francese, viene di solito collegato al caldo estivo della piccola conca in cui si trovano le vigne, e del Torrette, dove deve raggiungere almeno il 70 per cento. Anche i rossi di Chambave si fondano su quest'uva, mentre quelli di Nus sono legati al Vien de Nus.
Scendendo verso la bassa valle cambia tutto: qui domina il Nebbiolo, lo stesso vitigno che ha fatto la fama dei vicini vini piemontesi. Lo si ritrova nel Donnas, dove raggiunge almeno l'85 per cento, e nell'Arnad-Montjovet, con almeno il 70 per cento. La viticoltura è ripida e faticosa, con filari aggrappati ai pendii.
Da cercare, se li trovate, sono i vitigni rari del luogo: Fumin, Cornalin, Mayolet, Prëmetta, Vuillermin. Sono nomi che si leggono raramente altrove.
Le cooperative e come assaggiare
Con appezzamenti così piccoli, le cooperative hanno avuto un ruolo decisivo nel tenere in vita la vigna. Fra quelle storiche ci sono la Cave Mont Blanc de Morgex et de La Salle, nell'alta valle, la Crotta di Vegneron a Chambave, La Kiuva ad Arnad e le Caves Coopératives de Donnas. LoveVDA elenca le aziende visitabili: conviene informarsi prima, perché visite e degustazioni vanno spesso concordate.
Un buon modo per farsi un'idea senza spostarsi è il padiglione enogastronomico della Fiera di Sant'Orso, in gennaio ad Aosta. A tavola, i rossi di Arnad-Montjovet accompagnano bene la cucina locale, a partire dalla seupa à la vapelenentse. Se pensate di assaggiare più cantine in un giorno, organizzatevi in modo che chi guida non beva.
Dove dormire in Valpelline
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